Il Cloud Security Index 2026 di Intruder, basato sull'analisi di oltre 3.000 organizzazioni su AWS, Azure e Google Cloud, conferma un dato importante: i profili di rischio tra i diversi provider hanno quasi nulla in comune.
Per chi gestisce backup nel cloud, questo significa che una strategia valida per un ambiente non è necessariamente trasferibile a un altro. Le cause principali? Misconfigurazioni delle policy di retention, permessi IAM troppo ampi e crittografia dei dati inattiva o mal configurata.
Cosa cambia tra i provider
Ciascun cloud espone superfici di errore diverse. AWS può risultare vulnerabile su bucket S3 esposti; Azure su account di storage con accesso anonimo; Google Cloud su log di audit disattivati. Per un MSP questa variabilità è un campanello d'allarme: il backup non è un'operazione unica, ma richiede controlli specifici per ogni piattaforma.
Tre regole per rafforzare il backup cloud
- Verifica la riconfigurazione automatica: dopo ogni aggiornamento, controlla che policy di lifecycle e retention siano ancora attive.
- Isola i backup: usa account o subscription separati, con permessi minimi, per evitare che un compromesso propaghi il ransomware anche alle copie.
- Testa il ripristino: un backup non verificato non è un backup. Pianifica restore test periodici, almeno trimestrali.
La lezione dello studio è chiara: il checklist tradizionale, pensata per un cloud generico, non regge davanti alla realtà delle singole piattaforme. Adattare le difese al provider è il primo passo per un backup davvero resiliente.